Crowdfunding e fundraising: a quali condizioni può essere un buon matrimonio?
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[dropcap style=”font-size: 60px;”]L[/dropcap]a crowd-company Starteed ha appena pubblicato l’ottimo rapporto sul crowdfunding in Italia, il che ci permette di fare delle riflessioni sul fenomeno e tracciare alcune prospettive di crescita a patto che si sappiano affrontare le sfide che si presentano sia ai proponenti dei progetti da finanziare, sia agli operatori del settore ossia piattaforme e professionisti.
Chiaramente le mie considerazioni riguardano solo quelle forme di crowdfunding che, a pieno titolo, si inseriscono tra le diverse modalità di fundraising. Queste sono il cosiddetto crowdfunding donation based e buona parte del crowdfunding reward based. Sarebbe tuttavia opportuno, ai fini di un’analisi dal punto di vista del fundraising, tenere la distinzione tra le campagne reward based che prevedono una ricompensa simbolica, immateriale o comunque non legata direttamente al progetto proposto e quelle che prevedono una ricompensa che coincidono con la “prevendita” di un prodotto/servizio, come nel caso, ad esempio, di molte produzioni musicali su Musicraiser.
Crowdfunding nel 2018: la situazione
Innanzitutto, però, una fotografia dei dati essenziali
- Donation e reward raccolgono, nel 2018, 17,7 milioni di euro. In un quadro di grande crescita dell’intero crowdfunding, queste modalità crescono del 87% rispetto al 2017 anche se il denaro raccolto rappresenta il 15,2 % di tutto il crowdfunding 2018.
- La cifra mediamente raccolta dai progetti finanziati è pari a 4.066 euro. I progetti presentati sulle 50 piattaforme, sono 12.900. Di questi, il 58% ha raggiunto l’obiettivo, tenendo conto che una parte delle piattaforme praticavano il metodo keep it all, ossia qualunque cifra raccolta (il che vuol dire che in ogni caso si è avuto successo). Inoltre, bisogna tenere presente che tale dato è basato solo su una parte delle piattaforme attive. Altre indagini (il cui valore statistico è comunque ugualmente da verificare) segnano un tasso di successo del 30% o poco più. Vi è poi un forte differenziale tra le richieste di lancio di campagne e le campagne effettivamente realizzate. Potremmo dire di insuccesso alla fonte.
- Guardando i risultati delle 50 piattaforme, si nota una forte differenza tra le 8 piattaforme che superano 1 milione di euro di contributi raccolti e le altre che restano quasi tutte sotto i 500 mila euro. Sono ben 19, invece, quelle che non raggiungono neanche i 100.000 euro raccolti.
- Un numero crescente di banche, fondazioni bancarie e in parte amministrazioni locali tende a creare una propria piattaforma di crowdfunding o ad integrarsi con piattaforme esistenti.
Partendo da questi dati è opportuno fare alcune considerazioni sotto il profilo del fundraising.
Alcune considerazioni sul crowdfunding dal punto di vista del fundraising
- Il crowdfunding è senza dubbio uno strumento di raccolta fondi che ha una sua certa efficacia e alcune peculiarità che altri strumenti non hanno (è l’unico che si basa sulle dinamiche della folla, che è cosa ben diversa da un “pubblico” o da un “target”). Allo stesso tempo, ha attualmente un peso dello 0,003% rispetto al totale della raccolta fondi in Italia, stimata in 5,3 miliardi di euro (contando solo donazioni di individui). È importante, quindi, dargli il giusto peso sotto il profilo della capacità di essere efficace ai fini della sostenibilità delle organizzazioni (un peso, oggi, quasi nullo). Nell’immaginario è uno strumento ancora troppo sopravvalutato. E questo non favorisce un lavoro serio per migliorarne la performance e un uso migliore.
- È uno strumento che sembrerebbe non essere applicabile a progetti di una certa rilevanza economica. Presenta, poi, un tasso di rischio di insuccesso ancora molto alto (dato da verificare solo sulla base di ricerche più rigorose e immaginiamo di difficile realizzazione se non con una piena e leale collaborazione delle piattaforme).
- Resta da verificare, dal punto di vista dei proponenti dei progetti, il rapporto costi/benefici di una campagna di crowdfunding (su questo aspetto servirebbe una ricerca ad hoc). Il sospetto è che il lavoro necessario per avere successo con una campagna possa essere non commisurato al risultato economico della campagna stessa.
- È uno strumento potenzialmente molto valido per creare triangolazioni tra profit, non profit, comunità e amministrazioni locali, portatori di progetti. Può rappresentare, se ben gestito e presentato, uno strumento che favorisce il matching gift e che può trainare una parte dei finanziamenti delle aziende in una ottica di partnership multistakeholder.
- È uno strumento che, prevedendo un rapporto di scambio e collaborazione tra persone (più che tra organizzazione e persone), potrebbe essere più adeguato al clima di disintermediazione che caratterizza l’attuale fase della cultura della donazione.
Crowdfunding: che ruolo avrà in futuro per il fundraising
Quindi, il crowdfunding può rivestire in futuro un ruolo più importante per tutta la raccolta fondi? La risposta è sì, più da un punto di vista qualitativo (sue peculiarità di coinvolgimento di una folla di sostenitori) che quantitativo (l’entità della raccolta di fondi, specifica e globale) ma a patto che si vogliano e si sappiano affrontare alcune sfide.
- Dire la verità sui più e i meno del crowdfunding. Bisogna combattere in tutti i modi una rappresentazione “salvifica” del crowdfunding che porta spesso le organizzazioni ad affidarsi a questo strumento in modo “magico” e semplicistico. Questo vuol dire meno informazione e formazione tecnicistica o promozionale circa le piattaforme e i meccanismi di funzionamento e più formazione e informazione sulle condizioni necessarie per usare con profitto tale strumento. Giustamente il rapporto riporta una frase chiave sullo sviluppo del crowdfunding che dice: “La più grande sfida è riuscire a far comprendere ai progettisti che il Crowd è prioritario rispetto al Funding”.
Questo vuol dire che bisogna spostare l’attenzione dagli aspetti “tattici” del crowdfunding a quelli strategici, che riguardano principalmente come si costruisce una comunità e come si gestiscono le reti relazionali, come la comunità può portare a casa tua una folla e come usare al meglio le dinamiche di una folla. A mio avviso questa è la pre-condizione principale del successo di una campagna di crowdfunding. È la parte più difficile, per cui capisco che non è la cosa che una piattaforma desidera mettere in evidenza, ma è la vera ragione del successo di una campagna e quindi, alla lunga, di una piattaforma.
- E io aggiungo anche un’altra sfida: “far capire alle piattaforme e ai consulenti che la crowd deve convertirsi almeno in parte in donor”, altrimenti non si capitalizza mai l’investimento di lavoro fatto per una campagna. Le piattaforme, ad esempio, non tematizzano mai, né implementano bene, sistemi di fidelizzazione dei sostenitori. Occorre quindi migliorare il rapporto tra piattaforme e organizzazioni per favorire una conversione dei contribuenti del crowdfunding in donatori e in donatori fedeli dell’organizzazione anche dopo l’esperienza di crowdfunding. Altrimenti resta uno strumento buono solo per il “mordi e fuggi”.
- Una sfida, in particolare per banche, aziende e loro fondazioni, e amministrazioni, è quella di superare un approccio “modaiolo” al crowdfunding e lasciare posto ad un approccio strategico. Sospetto che molti scelgano questo strumento perché è smart e “va di moda”. Sospetto anche che le risorse economiche, umane, organizzative, di tempo che aziende, fondazioni, amministrazioni e i proponenti dei progetti devono mettere in campo per fare piattaforme e campagne non siano commisurate sempre ai risultati ottenuti. Ci vorrebbe una valutazione più complessiva di queste esperienze di piattaforme “aziendali” che non tenga conto solo di risultati immateriali (modernità, innovazione, digitale, è fico!, ecc.) ma di risultati materiali (soldi, donatori, sostenibilità dei progetti e delle organizzazioni). Credo che l’esperienza di alcune piattaforme di questo genere sia da valutare sotto questo aspetto. Così come quella di IlMioDono di Unicredit, che a mio avviso non dovrebbe essere ritenuta neanche una iniziativa di crowdfunding e in cui la folla deve fare né più e né meno che mettere un “I like”. Altro che ingaggio!
- Infine, altra sfida è quella di fare più ricerca qualitativa sul crowdfunding. Appaiono ancora abbastanza oscure le ragioni del successo e dell’insuccesso e altrettanto oscuro il punto di vista dei sostenitori. Ci sono molti fattori che possono incidere e di diversa natura. Sono queste le leve sulle quali bisogna lavorare per far crescere il crowdfunding, ma se non si conoscono bene…
Queste sfide, però, possono essere affrontate solo ad una condizione: che i mondi di piattaforme, professionisti e organizzazioni non profit lavorino insieme, uscendo fuori dalla mera dinamica cliente/fornitore.
Direttore scientifico della Scuola, consulente e formatore senior, esperto in strategie di fundraising.
Fundraising: vorrei e non vorrei
